In quelle domeniche in cui ascoltavi il secondo tempo delle partite a Tutto il calcio minuto per
minuto, ne vedevi brevi spezzoni a 90° minuto, poi un tempo della partita di cartello alle 19 e infine
il servizio alla Domenica sportiva, rimanevano nella tua memoria singole giocate dei tuoi campioni,
che entravano a far parte del tuo immaginario calcistico. Uno di questi gesti tecnici è il gol in tuffo
di testa, che associamo immancabilmente a Roberto Bettega.

Tra i tanti realizzati c’è l’iconico 2-0
contro l’Inghilterra all’Olimpico di Roma nel 1976, qualificazioni ai mondiali d’Argentina, e il
vantaggio iniziale contro l’Athletic Bilbao nella bolgia infernale del vecchio San Mames, finale di
ritorno della coppa UEFA 1976-77, vinta dalla Juve. Il gol in tuffo di testa è il compendio del
bagaglio tecnico di Bettega: tempismo e precisione, coordinazione e stile.

Uno stile unico, che si
esprimeva anche nell’eleganza del vestire, del portamento e dell’eloquio, conciso e preciso, nelle
interviste rilasciate a bordo campo o negli studi televisivi, dimostrando di saper usare bene la testa
non solo sul campo, ma nella vita. Del resto anche la storia personale di Bettega è esemplare di
quell’Italia. Figlio di emigranti veneti dalla natìa Villabruna di Feltre a Torino, papà operaio alla
FIAT, l’adolescente Roberto fa la sua trafila nelle giovanili della Juve. Tuttavia il suo esordio da
professionista avviene in Serie B, a soli 18 anni, nel brillante Varese. A volerlo fu l’allenatore della
squadra lombarda, un certo Nils Liedholm, che lo notò in un’amichevole tra le giovanili di Juve e
Varese. I due non potevano non piacersi, come persone prima che come sportivi. Garbo, ironia e
distacco erano caratteristiche comuni a entrambi. Bettega giocò solo un anno a Varese, stagione
1969-70, per poi tornare alla Juve, ma lasciò la sua impronta indelebile: Trascinò la squadra in Serie
A e vinse la classifica cannonieri con 13 reti, in condominio col milanese Aquilino Bonfanti del
Catania, già attaccante del Lecco tra Serie A e B, e col compagno di squadra Ariedo Braida,
friulano come altri grandi del nostro calcio, nonché futuro dirigente di Milan e Barcellona. Un
tempo in cui la Serie B era fucina di grandi talenti e crocevia di luminosi destini.

