La Serie B custodisce storie di allenatori, che hanno innovato il calcio italiano in piazze a torto considerate minori. La prima storia è quella di Corrado Viciani, il cui nome è legato alla Ternana. Nato a Bengasi nel 1929 da genitori originari di Castiglion Fiorentino, Viciani ebbe discreta carriera di calciatore tra Fiorentina, Como e Genoa terminando nel biennio ‘60/62 in Serie D nella Fermana come giocatore-allenatore. Prima panchina nella Sangiorgese, quindi a Ravenna e Prato in Serie C. Nel ‘67/68 il passaggio alla Ternana e immediata promozione in Serie B. Dopo sfortunate parentesi nell’Atalanta e nel Taranto, il ritorno a Terni nella stagione ‘71/72 con clamorosa promozione in Serie A, grazie a un modulo di gioco inedito, che lo stesso Viciani battezza ‘gioco corto’. Tra fine anni ‘60 e inizio anni ‘70 Viciani ha due modelli: “Guardate cosa succede con la nazionale tedesca o con quella olandese. Sembra corrano molto, ma in realtà sono soprattutto bene organizzati”. Tuttavia il tecnico toscano è cosciente dei limiti del suo organico: “Avevo degli asini come giocatori, non potevo permettermi lanci lunghi, invenzioni, fantasie”. E ai suoi ‘asini’ suggeriva: “Fai quello che sai fare, fallo bene e fallo in fretta”. Da qui nasce la formula ‘ibrida’ del gioco corto: davanti ai portieri Geromel o Alessandrelli, una difesa a uomo sulle due punte avversarie col terzino destro Benatti e lo stopper Rosa.

Foto di pubblico dominio. L’allenatore Corrado Viciani al termine dell’incontro della sua Ternana con il Milan
Dietro il libero Mastropasqua, che non si limita a raddoppiare la marcatura e intercettare i lanci lunghi avversari, ma imposta il gioco alla Beckenbauer. A sinistra il terzino fluidificante Agretti. Fin qui nella tradizione italiana. Ben diversa la situazione da centrocampo in su. Non disponendo di fuoriclasse per far ripartire il gioco con lanci lunghi a saltare il centrocampo, Viciani insegna ai suoi giocatori a risalire il campo con fitta rete di passaggi corti, a uno o due tocchi, triangolazioni e sovrapposizioni. Per far ciò è necessario mantenere la squadra ‘corta’, consentendo così il recupero palla con pressing alto. Un calcio senza fuoriclasse, che esalta il collettivo: calcio operaio, specchio di una città operaia come Terni. E in effetti la settimana dei calciatori è fatta di lavoro duro: sfiancanti ripetute, palla medica, ostacoli e torelli per scambiarsi posizione, far girare o recuperare palla. Interpreti del gioco corto i centrocampisti Russo, capitan Marinai, Luchitta o Valle, le due ali Cardillo e Beatrice, che coi loro ‘tagli al centro’ aprono spazi per l’inserimento dei compagni, facilitati dal centravanti Jacolino, che arretra a sua volta. Dunque nessun riferimento per le difese avversarie, rigidamente impostate a uomo. E da uomo raffinato, Viciani ricercò bellezza non solo nel calcio. Ricorda il fido Mastropasqua: “Era più filosofo che allenatore. A volte citava Camus o Pericle”. Amante di lirica e pittura, frequentò De Chirico, Guttuso e Corrado Cagli, pittore cui chiese di disegnare la nuova divisa del Palermo, squadra che Viciani allenò in Serie B nel ‘73/74, dopo l’unica stagione in Serie A con la Ternana. Col Palermo raggiunse la finale di Coppa Italia, persa ai rigori col Bologna. Quella sera all’Olimpico è insieme il punto più alto della carriera di Viciani e l’inizio del declino, in lotta coi senatori della squadra, poco propensi al lavoro fisico e ai quali Viciani replicò con sarcasmo: “Ho la squadra più abbronzata d’Italia. Come posso vincere il campionato?”.

