“Cosa succede? Chi devo tenere io? Erano abituati alla marcatura a uomo e noi ci scambiavamo continuamente, li facevamo impazzire… poi certo, davanti alla porta avevamo uno che la buttava dentro.” Non c’è miglior definizione del Lanerossi Vicenza, promosso in Serie A nella stagione ‘76/77 e vice campione d’Italia l’anno seguente dietro la Juventus. Così parlava a ‘Prima Bergamo’ Vito Callioni da Guzzanica, Dalmine, terzino sinistro di quella squadra. Architetto di quel sorprendente Lanerossi il tecnico bolognese G.B. Fabbri, che certo si ispirò al calcio totale olandese, ma forgiò la squadra a sua immagine e somiglianza, avendo egli giocato in molti ruoli ed essendo dotato di gran corsa, tanto da guadagnarsi così il nomignolo di Brusalerba per i tanti chilometri percorsi sul campo. Il modulo vicentino prevedeva una difesa composta da Ernesto Galli, portiere senza guanti alla Jongbloed, due centrali, l’arcigno stopper Prestanti e l’elegante libero Carrera, il mediano Guidetti, preso “per fare legna a centrocampo”, ma in possesso di lancio preciso e tiro potente. Il gioco si sviluppava lungo due direttrici, con ruoli interscambiabili: sulla destra il terzino Lelj, la mezzala Faloppa e l’ala Cerilli, sulla sinistra il terzino Callioni, la mezzala Salvi e l’ala Filippi.

Foto di pubblico dominio: Pablito Rossi con la maglia del Lanerossi Vicenza insieme al “settepolmoni” Filippi
Al centro di questo doppio vortice infernale e unica punta “che la buttava dentro” ecco ‘la pietra scartata’ dalla Juve e ‘diventata testata d’angolo’, Paolo Rossi: capocannoniere prima in Serie B e poi in Serie A in quel biennio da sogno per Vicenza, che culminò con la convocazione in Nazionale per i Mondiali d’Argentina, dove Paolo divenne Pablito. Il resto è storia nota, ma a noi interessa ciò che accadde prima. La Juve si sbarazzò di Rossi nell’estate del ‘76, dopo tre operazioni al menisco e un destino che pareva segnato. Sino ad allora Pablito aveva giocato da ala destra, ruolo che era stato di babbo Vittorio nel Prato e del suo idolo d’infanzia, Kurt Hamrin, nella Fiorentina. Tuttavia Rossi fu giudicato ormai inadatto a reggere quel ruolo, fatto di scatti brucianti e cambi di direzione continui, insostenibili per le sue ginocchia malandate. Ma nel ritiro estivo del Lanerossi, preludio al campionato di Serie B ‘76/77, G.B. Fabbri scoprì che quel giovane gracile aveva un’incredibile capacità di sfilarsi dalla marcatura, comprendere l’errore di posizionamento, intuire la minima disattenzione o l’incertezza del difensore. Doti che nell’area piccola si sarebbero rivelate letali. Bastava crossare forte e rasoterra sul primo palo o alto e morbido sul secondo, tanto il primo piede o l’ultima testa a spuntare sarebbero stati i suoi. Con geniale intuizione G.B. Fabbri trasformò d’incanto il brutto anatroccolo con l’ala ferita in formidabile centravanti, che spiccò subito il volo, sostenuto da due ali, che si chiamarono prima Cerilli e Filippi, poi Causio e Bettega e infine Conti e Graziani: dal Menti di Vicenza e dai campi della Serie B passando per Mar del Plata e Buenos Aires fino al pomeriggio assolato del Sarrià e alla notte stellata del Bernabeu.

